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La dichiarazione del coniuge non acquirente in regime di comunione legale

16 Gennaio 2022
Avv. Prof. Gianluca Sicchiero  

L'esclusione di un acquisto dal regime di comunione legale fra coniugi 

Com’è noto gli acquisti compiuti anche separatamente dai coniugi in regime di comunione legale rientrano nella comunione, salve le ipotesi in cui siano operati con denaro personale dell’acquirente, tale intendendosi quello proveniente dai titoli espressamente e tassativamente indicati nell’art. 179 c.c. Al fine di evitare questioni in ordine alla titolarità di tali beni, in quanto esclusi dalla comunione, l’art. 179 all’ultimo comma indica che “l'acquisto di beni immobili, o   di   beni   mobili   elencati nell'articolo 2683, effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge”. Anzitutto la disposizione chiede la partecipazione del coniuge non acquirente per le ipotesi indicate nelle lett. c, d ed f, non per gli acquisti indicati nelle lett. a) –che riguarda i beni acquistati prima del matrimonio-, il che è ovvio perché prima del matrimonio… il coniuge non c’era. Riguarda altresì i beni acquistati dal coniuge per effetto di donazione o successione (lett. b) ed anche qui ben si comprende l’esclusione, in quanto la donazione ha come titolo un atto pubblico e la successione l’evento della morte del precedente titolare del bene. In tali ipotesi –ma ben vedere, in realtà, solo nella seconda- “non rileva la dichiarazione di cd. "rifiuto al coacquisto" eseguita dal coniuge non intestatario in atto, non essendo la predetta ipotesi di cui alla lettera b) del comma 1 richiamata del medesimo art. 179 c.c., successivo u.c.“ (Cass., 16 luglio 2021 n. 20336); in altre parole il coniuge non acquirente nemmeno deve essere costituito in atto, basta che l’acquirente dichiari che il denaro proviene da donazione o da successione, ovviamente fornendo le indicazioni opportune ad evitare successive controversie. Il problema si pone invece per tutte le altre ipotesi ed ormai è consolidata la prassi per cui la necessità che “tale esclusione risulti dall'atto di acquisto“ venga assolta con una dichiarazione del coniuge non acquirente, che conferma la provenienza personale del denaro utilizzato per l’acquisto. A ben vedere la disposizione non chiede questa dichiarazione: ben potrebbe l’acquirente dimostrare direttamente la provenienza del denaro, senza che l’altro coniuge dica nulla di nulla, essendo sufficiente la sua costituzione in atto; fatto sta che la prassi è questa, anche perché semplifica la vita a tutti.

Le verità della dichiarazione del coniuge non acquirente

Qui si pone però il diverso problema della verità di ciò che dichiara il coniuge non acquirente: da tempo infatti la giurisprudenza ritiene che qualora la dichiarazione non sia veritiera, allora la stessa sarà inefficace e l’acquisto ricadrà nella comunione. Lo ha ribadito di recente la seconda sezione del S.C. con la sentenza 16 luglio 2021 n. 20336: “nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all'atto dell'altro coniuge non acquirente, prevista dall'art. 179 c.c., comma 2, si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179 c.c., comma 1, lett. c), d) ed f), con la conseguenza che l'eventuale inesistenza di tali presupposti può essere fatta valere con una successiva azione di accertamento negativo, non risultando precluso tale accertamento dal fatto che il coniuge non acquirente sia intervenuto nel contratto per aderirvi“. Si tratta di un orientamento inaugurato da una decisione a sezioni unite (sent. 28 ottobre 2009 n. 22755) e ribadito anche di recente (Cass., 12 marzo 2019, n. 7027).

La revoca della confessione

Qui si pone però un problema del tutto diverso: che valore ha la dichiarazione del coniuge non acquirente, circa la provenienza del denaro con cui l’altro opera l’acquisto? Dato che l’effetto è di non far entrare il bene nella comunione, dovrebbe ritenersi che, riguardando fatti sfavorevoli al dichiarante, si tratti di una confessione (art. 2730 c.c.), la quale non può essere impugnata semplicemente affermandola contraria al vero (art. 2732 c.c.) dato che, per pacifico orientamento della giurisprudenza, occorre dimostrare anche la causa dell’errore, essendo altrimenti evidente che ogni quietanza di pagamento potrebbe sempre essere messa in dubbio dal debitore che l’abbia sottoscritta. Lo ha ribadito di recente Cass., 25 agosto 2020, n. 17716: “la confessione può esser invalidata (e non "revocata", perché gli effetti sostanziali e processuali di essa non sono rimessi alla volontà del dichiarante) soltanto se il confitente dimostra non solo l'inveridicità della dichiarazione, ma anche che essa fu determinata da errore di fatto o da violenza. Ne consegue che, dovendo il dichiarante allegare e provare anche il vizio d'origine della dichiarazione confessoria, al fine dell'invalidazione non è sufficiente dedurre prove testimoniali limitatamente alla non rispondenza al vero del fatto confessato“ (e vedi anche Cass., 20 aprile 2018, n. 9880 o Cass., 26 aprile 2017, n. 10316 ecc.). Si tratta di un orientamento applicato anche agli acquisti in esame, come ha fatto Cass., 18 novembre 2016, n. 23565:  quanto dichiarato in atto dal coniuge non acquirente costituisce una “dichiarazione che riveste natura ricognitiva e portata confessoria dei presupposti di fatto già esistenti (la provenienza del denaro utilizzato per l'acquisto) con la conseguenza che l'azione di accertamento negativo della natura personale del bene postula la revoca della confessione stragiudiziale resa dall'altro coniuge nei limiti in cui la stessa è ammessa dall'art. 2732 c.c. e cioè per errore di fatto o violenza“. E’ evidente che in questi termini il coniuge che impugni per errore la propria dichiarazione, dovrebbe dimostrare il proprio errore documentandone le ragioni, non bastando appunto la semplice prova che il denaro non era personale dell’altro coniuge e questa diventa di fatto una prova diabolica.

Irrilevanza della dichiarazione del coniuge non acquirente

Senonchè a mio modo di vedere si deve tornare alla formula dell’art. 179 c.c. che avevo evidenziato prima: il codice non chiede la dichiarazione del coniuge non acquirente (non è vero cioè che occorra a tal fine … il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene) ma la sua partecipazione all’atto, in uno ovviamente con la appartenenza personale del denaro dell’altro coniuge. Qualsiasi cosa dichiari il coniuge non acquirente, in altre parole, sarà irrilevante perché non è la sua dichiarazione ad escludere il bene dalla comunione, ma il fatto oggettivo della estraneità alla comunione del denaro con cui il bene è stato acquistato a produrre l’effetto. Quindi ed al contrario di quanto ha indicato la sentenza del 2016 appena ricordata, il coniuge ben può essere ammesso a dimostrare che l’altro coniuge abbia utilizzato denaro della comunione e non personale, anche se abbia dichiarato il contrario in atto. E questo perché l’effetto degli acquisti operati in regime di comunione legale deriva da una norma imperativa, ovvero costituisce per il coniuge non acquirente un diritto indisponibile che, come per tutti i diritti indisponibili, non può essere oggetto di confessione, come ben indica l’art. 2730 c.c. Che poi resti indubbiamente comodo che vi sia il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene è certamente vero, ma non è esatta la conseguenza estrema che se ne è tratta circa l’effetto preclusivo che ne deriva.