notai: ricordi di un commissario di concorso

29 Agosto 2019
Avv. Prof. Gianluca Sicchiero  

Come inizia l’avventura di un commissario di concorso notarile?

Per un professore universitario, con una comunicazione interna che avvisa della richiesta di disponibilità proveniente dal ministero della giustizia, che nulla fa prospettare di ciò che attenderà chi non la cestini perchè già sopraffatto dagli impegni.

Questa volta, al contrario del passato, mi metto una mano sul cuore e rispondo positivamente, senza concentrarmi sul fatto che il concorso si terrà a Roma e dimenticando l’esperienza delle altre commissioni di concorso cui ho già partecipato (avvocati e dottori commercialisti, oltre a quelle universitarie).

Giuro che un attimo dopo aver risposto al direttore di dipartimento, stavo per dire che la mail mi era sfuggita per errore; poi però hanno prevalso lo spirito di volontariato e la curiosità, in parte sospinti dagli studi in materia notarile che da qualche anno ho intrapreso.

Passano i mesi finché una comunicazione del ministero indica i docenti prescelti; io non ci sono, tanto meglio penso, pericolo scampato; invece è solo un errore negli indirizzi della lettera (cominciamo bene…).

Poi d’improvviso la settimana dopo Pasqua del 2018 arriva la comunicazione: una mail del martedì avvisa che la commissione si riunirà in seduta plenaria il giovedì e che da lunedì inizieranno le prove del concorso.

Per un attimo penso ad uno scherzo, ma è proprio così: a parte che ora risulto inserito nell’elenco dei “nominati”, l’idea che si possa convocare a Roma una persona con due giorni scarsi di preavviso, come se non attendesse altro dalla vita, mi pare bizzarra; il fatto poi che la settimana successiva si debbano preparare armi e bagagli, chiudere casa e stare via per sei giorni consecutivi, abbandonando le lezioni e lo studio professionale, non offre alternative: o si va o ci si dimette.

Piglio il telefono ed avviso il presidente, che non conosco, dell’impossibilità di essere a Roma il giovedì ma garantendo la partecipazione per i giorni a venire; mi sento sottolineare l’importanza di partecipare alla prima riunione organizzativa, ma davvero quella è fuori della mia portata, a parte dover organizzare un’assenza settimanale non prevista, con tutto quello che comporta.

Alla fine si scopre che tutto ha una spiegazione in quel mondo totalmente a me sconosciuto che è il concorso per notaio: il ministero vuol evitare qualsiasi pressione, contatto od influenza sui componenti della commissione e dunque fino all’ultimo nessuno deve sapere chi siano: ecco perchè il decreto di nomina era stato firmato il venerdì prima di Pasqua ed è diventato pubblico il martedì dopo Pasqua, cioè il giorno della nostra convocazione!

Scopro che così facendo viene anche vanificato il c.d. “cruscotto bibliografico”, cioè una pubblicazione, reclamizzata in rete, che dovrebbe contenere l’elenco di tutto quello che i vari componenti della commissione hanno scritto negli ultimi tre anni, da cui un candidato notaio dovrebbe immaginare che si ricavino spunti per le tracce dei temi scritti.

Ho conosciuto questa pubblicazione cercando il bando di nomina e mi sono chiesto chi possa essere così fiducioso nella completezza di quel documento prima ma, soprattutto, nella propria capacità di leggere tutto quello che i professori e talora anche i magistrati ed i notai hanno scritto in tre anni e poi studiare tutte queste pubblicazioni nell’arco dei 4-5 giorni che mancano alle prove del concorso!

Comunque costa poco anche se, nel nostro caso, non è uscita in tempo per gli scritti; forse servirà agli orali?

Arrivato domenica pomeriggio a Roma, so solo che lunedì al mattino presto dovremo trovarci all’Hotel Ergife per il controllo dei codici che i candidati vogliono utilizzare.

Quel lunedì arrivo e cerco di capire guardandomi intorno, dato che alle sette di mattina, in giacca e cravatta, si può essere solo tra compagni esaminatori; inizia dunque l’avventura con un bel cartellino di identificazione del ministero: sono proprio un commissario del concorso allora!

Divisi in apposite file di banchetti da scuola media, iniziano ad arrivare i candidati con i loro codici, di edizioni talora minor e maior di cui ignoravo l’esistenza pur conoscendo (credevo) tutte le case editrici di codici vari.

In realtà il mondo notarile ha una sua dimensione: sono codici predisposti proprio per i concorsi, hanno dentro norme cui le altre professioni legali non sono interessate e, ce ne accorgeremo poi, contengono una serie di rinvii a stampa che chi ben li sappia utilizzare possono guidare nella ricerca delle disposizioni appropriate al caso di specie.

Il presidente si arrabbia non poco quando a metà mattina, esaminandone uno analiticamente, scopre che non sono codici così asettici come dovrebbe essere, ma ormai che fare? Li hanno usati nei concorsi precedenti, molti li hanno già consegnati tornandosene a casa, sarà dunque materia di apposita relazione finale (scopriremo che nel concorso successivo, infatti, non li hanno ammessi).

Questo è un problema dell’edizione in sé, altri sono invece i problemi dei singoli codici che dobbiamo controllare.

Me ne capita in mano uno e so subito dove guardare: nelle sezioni in grigio di quella edizione, tra le disposizioni del testamento e tra quelle sulle fusioni (che sciocchezza mettere proprio lì le aggiunte a matita, il primo posto dove si va a cercare!) e trovo una bella clausola notarile scritta a matita in piccolo.

Rendo il codice al candidato, il quale cade dalle nuvole –come tutti quelli cui si fanno notare le aggiunte- e provvede all’immediata cancellazione, rendendomi il codice; ne trovo subito una seconda, accidenti pure quella si era dimenticato e la cancella; alla terza gli rendo il codice e gli dico che se, per qualsiasi ulteriore dimenticanza, ne troverò un’altra, il codice verrà definitivamente respinto.

Il candidato me lo riporta dopo un’ora e mezza, con le pagine tutte piegate dal calore delle cancellazioni sistematiche: poverino, quante dimenticanze!

Anche i colleghi commissari passano il tempo così e qualcuno si stanca prima di me, respingendo codici tutt’altro che intonsi.

A dire la verità in questo concorso la volontà ferrea di impedire il più possibile le copiature ha portato a non ammettere le aggiunte fatte dai candidati, i quali lamentano a gran voce che nel precedente concorso erano state ammesse, ovviamente se diverse da quelle vietate. La risposta è però l’unica che possiamo dare: che ci sono quasi mille persone da controllare e mille il giorno dopo, ognuna porta da un minimo di 3 fino a 14 (quattordici!) codici, la commissione non ha la possibilità materiale di verificare tutti i codici per accertare se siano aggiunte legittime o meno.

Una candidata scoppia in un pianto sconsolato, aveva impiegato giorni ad inserirle, ci fa vedere che sono tutte ammissibili, ma come si fa a leggerle davvero tutte e a consentire solo a lei quello che è stato vietato per tutti?

Quando arriva il candidato con 14 codici (uno ne aveva 13) gli chiediamo a cosa servano; per sicurezza dice, ha varie edizioni dei codici, non si sa mi quale sia quella che possa servire; c’è chi porta pure il codice civile del 1865, va a vedere che non possa tornare utile…

Passano i vocabolari (non quelli con le glosse messe tra la copertina di carta e quella di cartine o in mezzo a qualche pagina); non passa un dizionario di latino, uno di tedesco, uno di inglese e qualche dizionario di sinonimi e contrari, così come non passano le calcolatrici (ma che te ne fai?) e ci chiediamo cosa succederà poi se questo è solo l’inizio.

Due giorni, otto ore ciascuno, dedicati a questi controlli.

Chissà cosa è entrato invece dentro i vestiti dei candidati il giorno degli scritti: la bonifica dei bagni effettuata ogni qualche ora ha fatto emergere pizzini di ogni sorta nascosti dietri i tubi!

Qualche precauzione per gli scritti: l’obiettivo dichiarato è la serietà del concorso e quindi, tanto per cominciare, i candidati useranno solo penne ad inchiostro nero, ad evitare qualsiasi ipotetica forma di riconoscimento dovuto, che so, all’uso di inchiostro verde.

E per ridurre le copiature, il presidente ha una trovata che poi si dimostrerà perfetta: ci sono molti iscritti idonei del precedente concorso, pare “per precauzione” non avendo ancora sostenuto l’orale. Si mormora tra commissari che siano invece lì per passare il compito ad altri; nessuno crede che sia davvero per ottenere la seconda idoneità, che garantisce un punteggio maggiore nella graduatoria finale. Comunque, per non cedere ai sospetti, ma anche perchè a pensar male si commette peccato ma alle volte la si indovina, il presidente li fa sedere tutti insieme in una stanza separata da quelle degli altri candidati; com’è che di questi quasi idonei alla fine hanno poi consegnato solo in tre?

Il presidente ha volutamente fatto un po’ di terrorismo anche tra noi commissari, raccontando di un concorso annullato (pace e bene) e dell’azione di danno erariale conseguente (ah no, questa no!): deve essere evitato qualsiasi minimo dubbio o problema sulla perfetta legittimità del concorso, tanto che dobbiamo leggere l’elenco degli oltre 1900 iscritti al concorso per vedere se ci siano cause di astensione.

Ci si trova dunque mercoledì qualche minuto prima delle sei (ma ho dormito questa notte?) e la prima cosa è la consegna di tutti i nostri cellulari ad un simpaticissimo agente di polizia che li sigilla dentro una scatola: li riavremo all’uscita serale, nessuno di noi deve poter comunicare all’esterno!

Spero solo che non entrino i ladri a casa o che non si senta male qualche parente, non mi troverebbe nessuno.

Ora dobbiamo preparare i compiti: non era possibile scriverli prima, quel concorso era stato annullato per uno scivolone nato da questo problema.

Anzitutto si estrae a sorte il tema: sarà l’atto inter vivos di diritto civile; poi si formano al momento tre sottocommissioni ed ognuna dovrà preparare una traccia; ogni traccia dovrà contenere l’apporto, anche minimo, di ogni commissario, in modo che non si possa dire che il tema sia frutto di una mente sola (il cruscotto bibliografico, insomma, è tempo perso, almeno per gli scritti).

Per fare questo si lavorano circa 3-4 ore, con la lucidità dell’alba mattutina; poi ognuno dei tre compiti viene riletto collettivamente, in modo di poter condividere tra tutti la traccia e aggiustarla se si scova qualche sbavatura; infine si passa all’imbustamento.

Penso a quei quasi duemila candidati che sono di sopra –noi siamo chiusi in un interrato- che staranno chiedendosi perchè la traccia arrivi solo dopo mezzogiorno: potessimo dire che ci stiamo lavorando da sei ore, forse capirebbero che quello del commissario è un lavoraccio; anzi nemmeno un lavoro, perchè non è pagato, salvo a dire che 40 centesimi lordi per ogni compito che poi verrà letto, con un tempo medio di un’ora di lettura ciascuno, sia un compenso.

Si passa all’estrazione a sorte da parte di un candidato ed ogni sottocommissione spera che venga scelta la sua traccia, in fondo abbiamo tutti diritto ad un po’ di narcisismo.

Esce il contratto di convivenza, molti non se lo aspettavano, la legge è troppo (?) recente…

Certo che la collocazione del concorso non è la più felice al mondo: le stanze sono più basse del normale e tutte con luce al neon; la temperatura all’interno sale e la tensione è palpabile; inoltre dobbiamo evitare qualsiasi contatto tra noi ed i candidati e, soprattutto, tra i candidati stessi, il che spiega le espulsioni di chi è stato sorpreso a parlare: magari parole innocenti, ma senza una tale severità la prova sarebbe sfuggita di mano, solo a pensare che in una sola delle “stanze” c’erano circa 800 persone.

Il primo giorno abbiamo contato tre svenimenti (due volte è intervenuta l’ambulanza) ed una crisi di asma, persone in affanno fisico ed una crisi isterica al termine della prova, davvero una giornata pesantissima per tutti, che termina alle 21.30 quando, raccolte le buste e messe nelle apposite scatole, parte tutto per le casseforti del ministero.

Giovedì e venerdì si ripete la stessa procedura, riunione alle sei del mattino presentazione dei compiti alle 12.30/13, per fortuna questa volta senza più espulsioni e senza più svenimenti; i candidati sono senza forze, i commissari pure, tutti con un lavoro, rubo le parole a Sebastiano Vassalli, “da buio a buio”.

Questa fatica non ci toglie il buon umore: una sera, con la complicità (in parte simpaticamente estorta) di una segretaria del concorso, una telefonata fatta al commissario di turno che ha portato i compiti in ministero lo avvisa che ne manca un intero scatolone! 

E’ subito panico, ma è troppo grossa per esser vera ed alla fine si ride tutti insieme.

Sabato si deve  procedere con l’attrinamento.

Quando sento questa parola chiedo di cosa si tratti e mi vien detto che se le buste fossero state due, si sarebbe proceduto all’abbinamento, ma siccome sono tre…; un paio di mesi dopo abbiamo sottoposto all’Accademia della crusca la richiesta di avallare il termine, ma mi dicono che non ha ancora risposto.

La procedura dell’attrinamento è stata preceduta da altra invenzione del presidente: ha detto ai candidati che è obbligatoria (invece è facoltativa) la presenza di dieci di loro, senza i quali non si andrà avanti; a malincuore qualcuno si è prestato ad alzarsi al sabato mattina, ma l’obiettivo era quello di far vedere pubblicamente che non si possono fare trucchi con le buste.

E’ un obiettivo importante: le mille chiacchiere ed il complottismo si possono sconfiggere solo con l’evidenza e la presenza dei dieci candidati (che poi ne daranno atto sui loro blog) è la miglior garanzia della regolarità delle operazioni.

Le buste vengono quindi private del tagliando numerico del candidato ed inserite in buste anonime; poi, perchè nessuno possa dire che una determinata busta anonima sia stata messa da parte, vengono lanciate (si proprio così, lanciate in volo) sul pavimento della sala ed infine, ad evitare il sospetto che il lancio sia stato mirato ad un certo angolo della stanza, tutti si mettono in ginocchio sul pavimento a rimescolare per diversi minuti le 1366 buste che poi verranno inscatolate (guardate la foto sotto).

Anche i candidati riconoscono che rintracciare qualcuno in queste condizioni è davvero impossibile.

Alle sei di sera di sabato, dopo 9 ore di lavoro, abbiamo finito; una settimana di riposo e si parte con le correzioni.

 Come si correggono i compiti? Il presidente lo ripete da sempre (e noi siamo d’accordo), la serietà si fonda anche sulla necessità di evitare qualsiasi disparità di trattamento e la possibilità che le tre sottocommissioni che si formeranno possano essere più o meno severe o accondiscendenti.

Perchè le valutazioni siano obiettive si procederà per quasi due mesi a stabilire quali possano essere le scelte giuste, magari anche tecnicamente non migliori ma comunque idonee e quelle sbagliate; quali siano gli errori c.d. “bloccanti” e quali quelli “non bloccanti”, cioè quelli che, in base alla legge che regola le correzioni, consentono di procedere oltre nella valutazione dei temi.

E’ un lavoro davvero stressante: su certi problemi abbiamo passato intere mattine o pomeriggi per trovare una soluzione condivisa, ben sapendo che poi molti altri sarebbero emersi in concreto (come davvero è stato).

Inoltre il presidente decide che le commissioni avranno sempre componenti diversi: ognuno di noi, a seconda dei turni di correzione, farà parte di una commissione diversa, di modo che sia il caso sempre a governare le singole correzioni.

A ben vedere è un ulteriore indice di imparzialità e poiché, in commissione, deve essere al di sopra di ogni sospetto anche il cugino del nipote della moglie di Cesare, questo riduce il rischio che qualche candidato, facendo riconoscere in qualche modo il suo compito ad un ipotetico complice nella commissione, possa confidare nella benevolenza combinata di più commissari.

A fine maggio si comincia, ma in composizione plenaria, con le prime correzioni: il presidente è riuscito a strappare al ministero un proiettore (le magnifiche sorti e progressive!) e così i primi compiti si leggono sul muro di una sala, sotto lo sguardo severo di Umberto I, che ci scruta attento da un ritratto a piena figura francamente infelice.

Dopo un rodaggio di alcune sessioni si parte con le tre sottocommissioni ed il lungo lavoro di preparazione si dimostra proficuo: il tempo di prendere mano con le procedure, che vengono osservate scrupolosamente –nessuno di noi è mai uscito dal ministero nemmeno per pranzare, ci siamo autocontrollati orologio alla mano!- e il lavoro procede serrato.

Siamo commissioni “fordiste”, ogni tanto con qualche riunione plenaria per discutere importanti questioni nuove ma la strada è ben tacciata, anche se emergono malumori e qualche discussione quando un candidato che si comprende essere ben preparato, centra un singolo errore bloccante. Ma d’altronde, quell’errore si sarebbe tramutato in una nullità e quindi come accettare che si possa procedere oltre?

Consentitemi, tanto non faccio nomi: come avvocato, mi è arrivato sulla scrivania un testamento per atto pubblico che conteneva una clausola esattamente uguale a quella che, così formulata, ha comportato la bocciatura al nostro concorso, per evidente nullità: quel notaio non lo avrebbe passato, quindi capisco che stiamo facendo un lavoro severo ma giusto e non astratto.

Non dirò ovviamente una parola su errori bloccanti e non bloccanti, i candidati respinti li leggeranno nei loro compiti, mentre quelli che scrivono a vanvera nei blog sull’incompetenza della commissione devono ancora studiare un po’.

Ma posso raccontare altre cose.

 Chi ha i capelli bianchi (se ne ha ancora) ricorderà un libro di una maestra elementare degli anni ’70, Fiori di banco, dove riportava le frasi più simpatiche scritte nei compiti dei bambini delle elementari, una circola ancora: ”io speriamo che me la cavo”.

Ecco, di questi fiori di banco ne abbiamo trovati a bizzeffe se teniamo conto che spuntano dalla penna di dottori in giurisprudenza aspiranti notai.

Non dico di singoli lapsus calami che abbiamo ammesso ove isolati, dato che l’ansia della prova giustifica l’errore della penna, ma di vere e proprie (posso scriverlo?) scemenze della motivazione dell’atto che non pensavo di trovare.

Mi chiedo ad es. cosa pensassero quei candidati che hanno scritto che il testamento del nostro povero Tizio, italiano residente negli Stati Uniti, è regolato dalla legge americana (quale?) e poi si sono prodigati a scriverlo richiamando tutte le disposizioni del nostro codice in tema di legati, legittimari, sostituzioni e così via….

Nel testamento da redigere compaiono: un padre anaffettivo da diseredare (se ed in quanto abbia diritto ad alcunché), un figlio da riconoscere ma senza attribuirgli nulla perchè ha tentato di uccidere il testatore, un coltivatore del fondo cui si vuol garantire continuità nel lavoro, una moglie che non deve impugnare il testamento (per quel che le si può impedire) e non deve vendere per un po’ di tempo la casa di famiglia ecc. ed è per queste vicende che la fantasia dei candidati ha offerto il meglio di sé.

Tengo a precisare che si tratta di candidati di cui ignoriamo l’identità, le buste con i nomi non vengono aperte quando si correggono i compiti e gli autori dei florilegi non sono stati bocciati per queste pietre miliari della letteratura giuridica, anche se forse in più di un caso sarebbero bastate.

Una però mi ha colpito in particolare, un autogoal che ha meritato la bocciatura ottenuta non per la frase ma per gli errori che hanno infarcito il compito: “il diritto non aiuta gli spiriti deboli”.

Il candidato, forse un lettore accanito del Carnelutti del ventennio?, se ne farà una ragione, certamente non è uno spirito debole e magari potrà dedicarsi anche a qualche lettura che gli spieghi la nostra Costituzione (ed un po’ di leggi che un notaio deve conoscere).

Ecco dunque di cosa stiamo parlando.

Anzitutto i candidati sono stati ben istruiti da qualche scuola a lasciare puntini laddove si dovrebbe essere dettagliati; la scusa formale, probabilmente, è per evitare fatali segni di riconoscimento; poi in realtà è un modo per non dimostrare fino a che punto saprebbero essere concreti e corretti.
Scrive uno di loro, ad es. che "con la tecnica dei puntini è stato indicato l'apprezzabile l'interesse ex art. 1379 del codice civile".

Reticenze manzoniane? Una nuova tecnica notarile?

Ricordiamoci preliminarmente che l’evento che imporrà l’apertura del testamento è triste; infatti siamo in presenza di una ...”luctuosa hereditas...”.

Nondimeno ringraziamo di cuore il parlamento per la recente novella del 2018 sull’indegnità a succedere: “l'art. 463-bis c.c. è una norma dettata dal Legislatore con l'intento di reprimere o, almeno, disciplinare il fenomeno sociale delle stragi familiari".

Escludiamo comunque subito i dubbi sulle competenze linguistiche del notaio: “si presume che tale conferimento [di incarico al notaio] avvenga in italiano in quanto nella normalità dei casi il notaio si esprime in italiano”; non sempre, evidentemente, ma almeno lo si presume; però sappiamo che, al momento di pubblicarlo, almeno ha letto il testamento “con voce chiara”.

E poi sappiamo che il notaio sa cosa usare per il suo lavoro, perché il testamento è “scritto di mio pugno su un foglio di carta”, spesa di cui ovviamente andrà compensato, dato che uno dei testamenti “costa di tre fogli”.

Ma poi morire è davvero terribile? Si direbbe di no se i testamenti “essendo atti di ultima volontà, in parte anche ultimi desideri delle persone in vita, chiaramente possono riguardare contenuti non patrimoniali, perché attraverso queste disposizioni, se accolte dall’ordinamento civile, si rende più piacevole e si reca più gioia agli ultimi istanti di vita di ogni essere umano”.

Non è detto però che il testamento diventi di pubblico dominio, dato che “il testatore può imporre il divieto di pubblicazione del testamento, ma solo per fini leciti (es. risparmio delle spese notarili)”: candidato da bocciare quantomeno perchè autolesionista oltre il consentito, prima che impreparato.

Comunque, nel dubbio che il testamento venga reso pubblico appena scritto o che il defunto possa cambiare idea e prendersela con il notaio, meglio aggiungere che “si presta consenso al trattamento dei dati sensibili”.

Siccome il nostro testatore vive negli Stati Uniti, occorre la professio iuris regolata in sede europea per ragioni che, secondo qualcuno, travalicano il diritto delle successioni; infatti “lo scopo del regolamento UE n. 650 del 2012 è quello di evitare flussi migratori”, essendo destinato anche “per quei casi di cittadini che hanno viaggiato moltissimo nella propria vita ed hanno cambiato più volte residenza, formando successivamente diverse famiglie”.

Un diverso testatore sarà invece meno viaggiatore di altri, “in quanto tutti i beni, oltre alla cittadinanza, si trovano in Italia” (ma ti sei letto la traccia?).

Sappiamo comunque per certo che il testatore, quando legge il testamento, lo riconosce: “dichiaro infine che il presente documento è il mio testamento e di essere a conoscenza del suo contenuto”, per fortuna.

Una volta scritto il testamento “si è di seguito passato alla partecipazione alla successione”: inviti per tutti?

Che il testatore voglia liberarsi la coscienza di molte vicende del passato, diseredando o talora insultando chi li fu vicino, è già stato raccontato dal notaio Salvatore De Matteis nelle sue mirabili raccolte di testamenti, va da sé scritti da persone viventi quando lo redigevano.

Noi invece scopriamo che si può fare di più, perchè “la prassi poi ne ha create altre ancora, ampliando ulteriormente tale sconfinato novero, non senza fantasia: basti pensare ad esempio alle disposizioni poenae nominae, "strali", che il testatore lancia dall'aldilà per deridere, umiliare o insultare il malcapitato...".

Quando il testatore manda strali dall’al di qua, invece, può inserire anche “disposizioni dispregiative, ove l’unico intento del testatore sia quello di calunniare o arrecare danni al beneficiario della disposizione (es. legato avente ad oggetto la corda insaponata affinché ci si impicchi)”.

Arriviamo anche al legato infamante: “Lego a Mecio, fannullone e perditempo, il mio motorino, così potrà rubare le borse alle vecchiette e vivere di tali proventi”.

Sia chiaro che non tutti i testatori sono rancorosi: sebbene il figlio abbia tentato di ucciderlo, “non è impedito alla vittima riconoscere il figlio carnefice”.

D’altro canto in più di un compito il non ancora riconosciuto Caio è stato escluso nel testamento dalla successione a causa della condanna “per omicidio” del testatore, mentre in altro caso un testatore ha detto “escludo dalla mia successione il mio figlio riconosciuto Caio, ai sensi dell'art. 463 codice fiscale": metus fisci?

Comunque sia chiaro, le regole non mancano, perchè "il nostro codice disciplina puntigliosamente” l'istituto dell'indegnità “all'articolo 463".

Tra i beneficiari dell’atto compare anzitutto la moglie ed il testatore forse non le aveva mai fatto vedere la casa che sta in Italia: “preciso che il tempo del divieto a vendere la casa di Velletri è in funzione del fatto che desidererei che mia moglie Laura avesse il tempo di apprezzare pienamente la casa”; ed il fatto che non voglia che sia alienata è per “il forte legame affettivo che nutro nei confronti di predetto immobile”.

Quindi il testatore pone “a carico di Laura l’onere di non alienare la casa di Velletri per anni tre e comunque fintantoché perdurerà in lei il mio ricordo”: un grande amore che finisce male?

Comunque il testatore non era molto geloso di lei, perchè scopriamo che esiste anche un “filio ex fratre”; e forse era anche uno sporcaccione visto che destina a Mevio un “legato di cosa da prendersi in un certo posto“.

Eppure il testatore non è illetterato: “data la presenza di una biblioteca nella casa di Velletri si è dato per presupposto che il testatore sapesse leggere e scrivere” e tanto vale anche per Mevio, avendogli lasciato nientedimeno che “un legato di università di mobili”.

Quel limite testamentario ha però financo fondamento storico risalente alla legge Siccardi, perchè “il divieto di alienazione serve ad evitare il diffondersi della cd. manomorta”.

Laura deve poi continuare a far coltivare il fondo da Cornelio e si dovrà procedere con urgenza se è vero che l’onerato deve adempiere “a pena di decadimento della disposizione“; comunque siamo tranquilli che dovrà essere proprio lei a provvedere, posto che “Cornelio era dipendente del nostro testatore che ovviamente sarà deceduto all’apertura del testamento”.

Per essere comunque sicuro che Laura non perda il lavorante, lo si può anche schiavizzare: “lego a titolo particolare l’onere a capo di Cornelio di continuare il rapporto di lavoro subordinato”, voglia o non voglia…

Speriamo che Laura non si scocci di tutti questi pesi; infatti il testatore fa scrivere nel documento “prego accoratamente mia moglie Laura di non contestare giudizialmente questo testamento”.

Invece il non ancora riconosciuto figlio Caio è stato certamente frutto di un altro grande amore del de cuius o, almeno, di una memorabile notte d’amore se leggiamo “riconosco come figlio caio concepito in data... con la sig.ra...”; e per non dimenticarsi di quel giorno si aggiunge “precisazioni sulla precedente relazione ai fini dell’identificazione della madre di caio”.

Però Caio non merita nulla, specie perchè non voleva lasciar scampo al padre, sia ben chiaro: “escludo Caio dalla mia successione, già condannato per aver tentato di uccidermi in via definitiva" (e non solo pro tempore).

E questo senza tacer del fatto che “l’indegno ha già i requisiti per non succedere”.

Quanto al poco amorevole genitore Sempronio, “non occorre diseredare il padre, perché essendo anziano morirà prima dell’apertura del testamento”; chissà se poi ci sono gelosie calcistiche, visto che “la diseredazione è un istituto di origine romanista”.

Nel testamento, sappiamo tutti, si possono mettere anche disposizioni non patrimoniali, ad es., disporre del “diritto di far tumulare al sepolcro gentilizio i propri discendenti maschi e donne nubili”; se queste si sposano no, neanche se restano vedove; in fondo si tratta pur sempre di un “diritto personale alla cappella oggetto di jus inferendi”.

Volendo, poi nel testamento si possono inserire anche “disposizione del proprio corpo per il tavolo anatomico”, giusto per far felici gli anatomopatologi; se poi qualche parente ha il gusto dell’orrore, sappia che “possono anche attribuirsi legati a tale titolo, si pensi alle disposizioni riguardanti la donazione dei propri organi”.

Sappiano però tutti che c’è un fondamento anche religioso per queste disposizioni: "all'uopo giova ricordare la Bolla a firma del Cardinale Mueller "Ad resurgendum", la quale impone che le ceneri non possono più essere disperse nell'ambiente, se non con precise prescrizioni di sicurezza, ma custodite solo in luoghi sacri, non più nelle abitazioni o in gioielli, salvo espresso permesso del Vescovo".

Parole evidentemente di un dottore in utroque.

Deve infine essere proprio l’atto mortis causa a far risorgere anche i nostri maestri della commedia.

Sono convinto infatti che Totò e Peppino si siano reincarnati nella motivazione scritta proprio così –tutta non si può riportare- con i capoversi poetici dei due: “Che in tal caso la traccia specificava che tizio avesse un fratello”; “Che pertanto non si è proceduto disporre la condizione di escludere Laura dalla propria successione in caso di contestazione di ogni sua disposizione ai sensi dell’articolo 549 cc ed in quanto disposizione limitatrice di un diritto imprescindibile di legge in caso di disposizioni coartanti”….

In un film, poi, il compianto Ugo Tognazzi descriveva certe frasi del tutto prive di significato e forse dirette a stordire il destinatario con una parola che tutti ricordano, la c.d. supercazzola; ne abbiamo avuti vari esempi, tra qui uno emerge per fulgore: “i legati di Laura sono applicati in atto, poiché le disposizioni testamentarie dei diritti fondamentali sono adottate con particolari modalità ai sensi di legge (rinvio all’atto)”.

E per finire, il nostro (o la nostra) precisa che “ciò disposto sperando che le mie volontà vengano rispettate e ad esse nessuno si opponga, dichiaro concluso il mio testamento”.

Et de hoc satis.

 Arrivano finalmente gli orali, anche qui con la preoccupazione della totale indipendenza della commissione da qualsiasi pressione: il che si traduce nel fatto che non verrà comunicata ai candidati la composizione delle commissioni che di volta in volta faranno gli orali; nemmeno a noi, però, giusto perchè non ci sfugga una parola, anche se poi è ovvio che ci chiediamo chi verrà quel certo giorno e chi l’altro, almeno per trovarci a cena, ormai siamo diventati amici.

Il primo giorno è proprio il primo anche per noi; durante la notte io continuavo a ripensare all’ordinamento notarile, il presidente ha detto che ha dormito poco perché i gabbiani hanno fatto baccano senza sosta, ma possiamo pure ammettere che anche noi eravamo in tensione: avremmo visto dei candidati preparati?

Nella stanza destinata agli orali, a parte una battaglia con il condizionatore (l’afa del 2019 sarà ricordata per anni), abbiamo pensato a qualcosa che togliesse tensione: una piantina di fiori, un po’ di caramelle e l’acqua, che in effetti è servita.

Le prove sono andate bene a tutti; qualcuno senza gloria né infamia, qualcuno davvero bravissimo, farà onore al notariato.

Un candidato ci è rimasto impresso: si è presentato in maglioncino estivo a maniche lunghe, sembrava fuori posto ma non si giudica dall'abito ed infatti gli scritti avevano meritato voti altissimi.

Ci ha spiegato che aveva lavorato come camionista nell’azienda del padre, che però aveva insistito con lui perché usasse le sue doti e diventasse notaio ed allora, ci ha spiegato, siccome quando studia fa sul serio, ha seguito il suo consiglio ed ecco che è diventato notaio.

Onore al merito e, soprattutto, alla faccia di chi continua a dire che il concorso è solo per i figli di notai.

In effetti abbiamo tutti alcuni sassolini nelle scarpe e qualcuno lo toglieremo in altre sedi.

Uno però lo elimino in pubblico: un certo blog dei praticanti notai, dove si assisteva ad insulti incomprensibili tra chi li minacciava di sicure bocciature da parte del nostro presidente e chi, anziché ignorarlo, gli rispondeva a tono (ma questi sono affari loro), ha preso di mira anche la commissione.

Abbiamo assistito ad una serie di vaneggiamenti su inventate manovre in sede di correzione, senza ricordarsi come si era proceduto all’attrinamento delle buste in pubblica presenza, senza sapere che alle correzioni partecipano sempre, come segretari, funzionari ministeriali ogni volta diversi, senza sapere che la composizione delle commissioni turnava sempre e mai una commissione era uguale a quella precedente, senza interrogarsi su quale interesse può muovere un giudice o un professore a promuovere o bocciare, se proprio vogliono sospettare di tutti.

Poi siamo passati anche alle notizie disoneste: è stato pubblicato uno stralcio di un verbale di bocciatura dove viene contestata la presenza di spazi bianchi nell’atto (quelli vietati dall’art. 53 l.n.) per affermare che la commissione aveva bocciato candidati per questo errore.

E’ una falsità che dimostra come bene il destino abbia portato alla bocciatura chi l’ha scritta, autore non degno di essere notaio stante la sua propensione al falso.

Non a caso il verbale è stato pubblicato solo per stralcio, giacché a quel rilievo, che la commissione ha sempre considerato non dirimente, si accompagnava l’indicazione (tenuta nascosta) degli errori bloccanti che avevano portato appunto al respingimento del candidato.

Alla fine dei lavori il consuntivo è decisamente positivo: vedere lo stesso problema da tre punti di vista, quello del notaio, quello del giudice e quello del professore, aiuta a comprendere come si possano articolare le soluzioni sulla base della propria esperienza professionale; come avvocato, in più, ho visto quanto siano influenti le chiavi di letture cui siamo personalmente abituati.

Quanto ai candidati, devo dire che ho notato una generale assenza di spirito pratico; mi chiedo quanti tra loro abbiano mai messo piede in uno studio notarile (alcuni sì e si vedeva), quanti tra loro si rendessero conto di quel che facevano, solo a vedere le soluzioni davvero poco protettive adottate nel compito di diritto commerciale.

Se c’è un punto su cui intervenire, tra altri forse meno decisivi, a mio parere quello di imporre una pratica effettiva, capace di formare i futuri notai, mi pare indispensabile: limitarsi a frequentare scuole, sia pure di alto livello, resta appunto una limitazione.

In conclusione per me è stata un’esperienza formativa umana prima che tecnica -ammetto che in passato non mi ero molto interessato dei legati di posizione contrattuale e forse, di questi, non mi occuperò nel futuro-, che ha comportato un impiego di energie notevolissimo.

Tuttavia questa enorme fatica è stata ricompensata dai rapporti umani che si sono creati; la presenza poi di funzionarie ministeriali (sono tutte donne) che si dedicano al notariato con un impegno che va molto al di là dell’obbligo formale, dimostra come la nostra pubblica amministrazione possieda delle eccellenze capaci di attribuirle quel lustro che meriterebbe in misura maggiore.