Suicidio assistito, eutanasia, cosa cambia dopo la decisione della Corte costituzionale?

26 Settembre 2019
Avv. Prof. Gianluca Sicchiero  

La norma incostituzionale

 La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui equipara l’assistenza al suicidio, all’istigazione al suicidio.

Oggi, a certe condizioni, l’assistenza al suicidio non è più reato e se la corte d‘assise di Milano verificherà che Marco Cappato, nell’aiutare dj Fabo a recarsi in Svizzera per morire, ha rispettato le condizioni necessarie, lo assolverà.

Non si tratta dunque di eutanasia, ovvero di libertà di scelta di morire, perché da un lato nessuno può essere condannato se tenta di morire e non riesce, dall’altro la sentenza ha fissato per il futuro, se il parlamento non emanerà finalmente una legge, i requisiti per cui chi aiuta qualcuno a morire non può essere condannato.

 Il contenuto della decisione

 Anzitutto va ricordato che nel 2018, con la lunga e motivata ordinanza n. 43/2018, la Corte costituzionale aveva dato ben 11 mesi al parlamento per evitare la sentenza e regolare l’assistenza al suicidio, differenziandola dall’eutanasia.

Oggi ha dovuto procedere oltre, ma per evitare che ognuno faccia a modo proprio (ecco perché il parlamento doveva intervenire),  ec ome si legge nel comunicato del 25 settembre ha imposto anzitutto che la volontà dell’interessato sia manifestata con “rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”.

 Il testamento biologico

 Ma cosa prevede la legge 219 del 2017? E’ la legge sul c.d. testamento biologico, che stabilisce il diritto di ognuno di rifiutare le cure cui non intenda più sottoporsi.

Per avere certezza che il rifiuto provenga da una persona cosciente e capace, l’art. 1 della legge n. 219 del 2017 dice che “il rifiuto o la rinuncia alle informazioni e l'eventuale indicazione di un incaricato sono registrati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico” e che “il consenso informato, acquisito nei modi e con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente, è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare. Il consenso informato, in qualunque forma espresso, è inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico”.

E’ chiaro che questi meccanismi funzionano solo se una persona sia cosciente nel momento in cui si trova in quelle condizioni.

Tuttavia la legge 219 del 2017 consente anche di manifestare la propria volontà anche quando si sia in piena salute (art. 4) con le cosiddette disposizioni anticipate di trattamento (DAT).

Il punto su cui ancora non si è completamente attuata la legge è l’apposito registro per inserire le DAT che non tutti i comuni hanno istituito.

 L’assistenza al suicidio

 Tuttavia la corte costituzionale non ha parlato di questo registro e dunque sarà sufficiente il rispetto delle regole di acquisizione del consenso informato come sopra ricordate per poter assistere senza rischio di condanna, come dice la corte costituzionale “un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli “ e quindi senza essere accusati di assistenza al suicidio come oggi resta ancora punibile ai sensi dell’art. 580 c.p.