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Inadempimento ed interessi di mora ex art. 1284 c.c.

21 Ottobre 2020
Avv. Prof. Gianluca Sicchiero  

La disposizione sugli interessi di mora

 L’art. 1284 c.c. è stato modificato nel 2014 inserendo il comma 4, di questo tenore: ““se le parti non ne hanno determinato la misura, dal momento in cui è proposta domanda giudiziale il saggio degli interessi legali è pari a quello previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali “.

Il comma si può leggere in due modi: uno restrittivo, che applica la regola solo ad obbligazioni contrattuali e quella opposta, per cui in ogni ipotesi di debito avente oggetto una somma di denaro, si applica tale saggio interessi: manca in proposito qualsivoglia indicazione nella relazione di legge, dato che nel documento relativo alla conversione del decreto, atto del Servizio Bilancio dello Stato 30 ottobre 2014, n. 152, approvato dal Senato (A.S. 1612) si legge solo che «La relazione tecnica, riferita al testo iniziale, afferma che la disposizione interviene sulla disciplina del tasso di interesse moratorio durante la pendenza della lite, nel senso che, nel caso di mancanza di specifica previsione, la misura del predetto tasso deve considerarsi pari a quella prevista dalle disposizioni in materia di ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, attuata con D.lgs. n. 231 del 2002». Invece il “dossier n. 95” della I commissione della Camera, «Elementi per la valutazione degli aspetti di legittimità̀ costituzionale 29 ottobre 2014»  dice che «l’articolo 17 prevede un aumento (dall’1% all’8,15%) del tasso di interesse moratorio in pendenza di un contenzioso civile o di un procedimento arbitrale»

 La decisione della corte di cassazione

Con sentenza 7 novembre 2018, n. 28409 la seconda sezione del S.C. ha sposato la tesi restrittiva, per cui quel saggio d’interesse legale trova applicazione esclusivamente quando la lite giudiziale ovvero arbitrale ha ad oggetto l’inadempimento di un accordo contrattuale anche in relazione alle relative obbligazioni restitutorie.

La motivazione è che “la struttura letterale della norma lumeggia che la proposizione iniziale dianzi ritrascritta, proprio per la sua collocazione nella frase, regge la successiva disposizione circa il saggio d’interesse applicabile in conseguenza all’avvio della lite, lumeggiando il diretto collegamento tra la possibilità delle parti di aver previamente pattuito il saggio degli interessi e l’obbligazione fatta valere nella lite giudiziaria od arbitrale, situazione connaturata esclusivamente, nell’ambito delle fonti delle obbligazioni ex art. 1173 c.c., all’ipotesi dell’accordo contrattuale.

La disposizione in questione apparirebbe altrimenti inutile ripetizione della compiuta disciplina in tema di danni da inadempimento nelle obbligazioni pecuniarie portata nell’art. 1284 c.c., che opera richiamo all’uopo agli interessi legali ed espressamente prevede il rispetto del saggio d’interesse superiore a quello legale pattuito dalle parti.

Dunque e la struttura letterale della norma e la necessità di individuare un significato proprio della stessa, altrimenti inutile ripetizione, lumeggiano la funzione dell’incipit quale delimitazione all’applicabilità della disposizione in questione.

Un tanto esclude che la citata proposizione iniziale della norma de qua abbia natura di mero inciso per far salva l’autonomia delle parti - già fatta salva in apposita norma -, in una disposizione avente natura universale che correla il saggio d’interesse unicamente all’avvio della lite giudiziale per inadempienza ad obbligazione pecuniaria derivante da qualsiasi fonte”…. “Quindi si deve concludere che la norma di cui all’art. 1284 c.c., comma 4, disciplina il saggio degli interessi legali - e come tali dovuti automaticamente senza necessità di apposita precisazione del loro saggio in sentenza - applicato a seguito d’avvio di lite sia giudiziale che arbitrale però in correlazione ad obbligazione pecuniaria che trova la sua fonte in un contratto stipulato tra le parti, anche se afferenti ad obbligo restitutorio”.

 Una incoerenza…

Questa lettura non ci pare affatto condivisibile.

Intanto l’affermazione secondo la quale la disposizione si applica anche alle obbligazioni restitutorie, è incoerente: qualora un contatto sia dichiarato nullo o annullato, viene così colpito proprio il titolo che ha creato il rapporto e tale fattispecie è regolata dagli artt. 2033 segg. e non dagli artt. 1321 segg. c.c.: così ad es.  Cass., 15 gennaio 2018, n. 715 “qualora venga acclarata la mancanza di una causa adquirendi in ragione della dichiarazione di nullità, dell'annullamento, della risoluzione o della rescissione di un contratto o del venire comunque meno del vincolo originariamente esistente, l'azione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso è quella di ripetizione di indebito oggettivo”; id., 6 giugno 2017, n. 14013.

Tale obbligo non è quindi riconducibile ad un valido accordo che taccia sugli interessi, sicché la motivazione che leggiamo, che non si sofferma in alcun modo sul tema delle restituzioni, è alla lettera apodittica.

Sulle molteplici fattispecie che danno luogo ad obbligazioni restitutorie v. ad es. Messineo, Manuale di diritto civile e commerciale, III, Milano, 1959, p. 42 ss.

E le valutazioni di ordine sistematico

Ma non è questo l’argomento centrale, né quello della ratio legis, correttamente affermata nella sentenza cassata ma ritenuta insufficiente dalla corte di legittimità.

L’argomento è un altro e di ordine sistematico.

Il legislatore del 1942, disciplinando nel titolo I del libro quarto le obbligazioni in generale, si è riferito a tutte le obbligazioni senza distinzione (art. 1173 c.c.), come risulta anche dal n. 556 della Relazione al codice civile (e v. altresì Giorgianni, L’obbligazione, Milano, 1968, pp. 5 ss.), ma ha utilizzato ripetutamente un linguaggio che tradisce l’idea che si parlasse di sole obbligazioni contrattuali.

Basti in tal senso leggere l’art. 1174, dove si dice «la prestazione che forma oggetto dell’obbligazione deve corrispondere ad un interesse anche non patrimoniale del creditori», disposizione che vale evidentemente solo per i contratti.

Ad ulteriore conferma conferma basti rileggere i nn. 554 e 555 della Relazione, dove è evidente il riferimento alle obbligazioni di natura contrattuale ed il n. 557, ove affrontando la disposizione dell’art. 1174, si evidenzia l’interesse che si può dedurre anche dalla «natura della controprestazione».

In letteratura lo rileva anche Galgano, Trattato di diritto civile, II, Padova, 2010, p. 4 ed

Eppure nessuno ha utilizzato l’argomento letterale, qui impiegato dalla Corte di cassazione, per dire gli artt. 1173-1320 c.c. si riferiscano solo a queste, perché non è così.

Nondimeno una tale soluzione ben si potrebbe argomentare dal tenore delle norme sull’adempimento, scorrendo le parole del legislatore del codice, ad es. l’art. 1182 c.c.: «se il luogo nel quale la prestazione deve essere eseguita non è determinato dalla convenzione» ecc.

Cosa significa? Che l’art. 1182 c.c. non vale per le obbligazioni restitutorie o da fatto illecito o, con le parole della Corte, per le obbligazioni ex lege?

Che nell’adempimento di obbligazioni non contrattuali non si dovrebbe osservare il dovere di correttezza di cui all’art. 1175 c.c.?

Si leggano anche tutte le disposizioni a seguire nel codice: l’art. 1183 («se non è determinato il tempo»); l’art. 1184 («se per l’adempimento è fissato un termine») e avanti così.

Pensiamo poi al regresso nelle obbligazioni solidali: l’art. 1298 prevede che nei rapporti interni l’obbligazione si divida in quote uguali, «salvo che sia stata contratta nell’interesse esclusivo di alcuno di essi».

Se si seguisse il ragionamento della Cassazione, questa disposizione dovrebbe applicarsi solo alle obbligazioni contrattuali e dunque ogni volta che si fosse in presenza di responsabilità indiretta per fatto illecito (quella dei genitori, art. 2048, dei datori di lavoro, art. 2049, del proprietario dell’auto che non sia il conducente, art. 2054), il solvens non avrebbe diritto al regresso, dato che l’art. 2055 si riferisce solo al concorso di colpa – che qui può mancare totalmente – e nessun’altra disposizione relativa ai fatti illeciti disciplina il regresso.

Tuttavia non è all’evidenza così; è stato infatti efficacemente evidenziato che «il linguaggio legislativo, che si esprime in termini di obbligazione “contratta”, tradisce il convincimento del legislatore di aver regolato, pur sotto il titolo delle obbligazioni in generale, le sole obbligazioni da contratto»: Galgano, op. cit., p. 20.

L’argomento è affrontato anche da Bianca, L’obbligazione, Milano, 1993 (rist. 2015): dopo aver chiarito che «l’obbligazione esprime una figura unitaria che si identifica autonomamente quale che sia la fonte da cui deriva» (ivi, p. 9), ritiene tuttavia che la disciplina sia dedicata fondamentalmente al contratto (ivi, p. 11 ss.), argomentando che «il sistema formale del codice prospetta la disciplina dell’obbligazione come disciplina basilare, la quale viene integrata con quella del contratto» (ivi, p. 13).

L’equivoco ha peraltro una spiegazione, che deriva dalla diversa sistematizzazione della disciplina rispetto al codice previgente.

Si era infatti notato che «l’abrogato codice del 1865 si occupava delle obbligazioni nel libro III, dal titolo “dei modi di acquistare e di trasmettere la proprietà e gli altri diritti sulle cose”, in rispondenza chiara, anche se non esplicita, con il principio enunciato dall’art. 710 che, tra i modi con cui si possono acquistare e trasmettere i diritti, indicava la convenzione, cioè una delle fonti delle obbligazioni»: D’Avanzo, Delle obbligazioni in generale, Disposizioni preliminari, nel Comm. D’Amelio-Finzi, Firenze, 1948, p. 1.

In altre parole, il legislatore era rimasto legato al modo di pensare del passato pur avendo disciplinato ora tutte le obbligazioni ed anche qui cfr. anche Giorgianni, L’obbligazione, Milano, 1968, p. 4 ss., spec. pp. 7-8.

Un esempio di quel modo di pensare si coglie in Colagrosso, Teoria generale delle obbligazioni e dei contratti, Roma, 1948, p. 18 ss., dove i caratteri dell’obbligazione sono descritti richiamando i requisiti dell’oggetto del contratto.

Chiarito l’equivoco, resta la conclusione: la disciplina delle obbligazioni riguarda tutte le fattispecie indicate nell’art. 1173 e la ragione per cui nessuno ha mai affermato teorie contrarie è perché la disciplina dell’adempimento va costruita in termini di sistematicità, al di fuori del solo dato letterale, come impone l’art. 12 prel., che può dare risultati incoerenti; altrimenti da domani dovremo dire che il matrimonio è un contratto (art. 774 c.c.).

Si possono a tal fine ricordare le parole di Messineo, op. cit., p. 37: «si rilevi che la terminologia adoperata dal legislatore del 1942 è assai oscillante e denota mancanza di un sicuro orientamento, per incertezza di concetti».

 Conclusioni

 L’interpretazione che non condividiamo – ovvero che l’art. 1284 si riferisca ai soli interessi di mora inerenti rapporti contrattuali – è dunque particolarmente grave, perché si innesta proprio nel primo titolo del quarto libro del codice civile e vi introduce un elemento di pesante distonia nella lettura coerente dell’intero impianto della disciplina delle obbligazioni, di cui proprio non abbiamo bisogno.